Il giudizio su Lutero

un soggettivismo distruttivo

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LUTERO, OSSIA L'AVVENTO DELL'IO

Da Tre Riformatori

(…) Non lo si rileva forse nella sua stessa vita? Mentre avanza in età, la sua energia è infine sempre meno l'energia di un'anima, e sempre più l'energia d'un temperamento. Agitato da grandi desideri e da aspirazioni veementi, che si alimentano di istinto e di sentimento, non di intelligenza, posseduto dalle passioni scatena la tempesta attorno a sé, spezza ogni ostacolo e ogni disciplina "esteriore", ma porta dentro di sé un cuore pieno di contraddizioni e di discordante clamori, considera, prima di Nietzsche, Ia vita come essenzialmente tragica. Lutero e il tipo dell'individualismo moderno (il prototipo delle età moderne, dirà Fichte). Ma in realtà la sua personalità si è disgregata, perduta. Vi è tanta debolezza d'anima dietro il suo strepito.

Scorcio significativo: per liberare l'essere umano egli cominciò con lo spezzare i voti religiosi; ed il lieto messaggio", come dice Harnack, da lui annunciato alla cristianità, ha subito sparso sulla Germania un'epidemia di disperazione. I protestanti tedeschi ci chiedono di riconoscere la grandezza di Lutero. Grandezza materiale, grandezza di quantità, grandezza animale, sì, la riconosciamo, e, se si vuole, l'ammiriamo: grandezza veramente umana, no. La confusione fra questi due ordini di grandezza, o di forze, la confusione fra l'individuo e la persona è in fondo al germanesimo, essa ci fa comprendere perché i Tedeschi si immaginino la personalità come un uragano, un bufalo o un elefante. Ci spiega pure perché in tutti i grandi animatori della Germania protestante, un Lessing, un Fichte, si veda rispuntare la vecchia sorgente dello spirito di Lutero. Fichte chiama Lutero l'uomo tedesco per eccellenza e questo è vero nella misura in cui la riforma è riuscita a separare la Germania dalla cattolicità. Felice la nazione misticamente incarnata e rappresentata non da un'individualità di carne, ma da una personalità irraggiante lo spirito di Dio! Se cerchiamo un esempio di vera personalità pensiamo a quel miracolo di semplicità e di rettitudine, di candore e di sapienza, d'umiltà e di magnanimità, di perdita di sé in Dio, che fu Giovanna d'Arco.

INTELLIGENZA E VOLONTA'

12. Vi è un altro tratto sorprendente nella fisionomia di Lutero. Lutero è un uomo interamente e sistematicamente dominato dalle sue facoltà affettive e appetitive; è un puro Volontario, caratterizzato innanzi tutto dalla potenza nell'azione.
Tutti gli storici insistono sulla sua aspra energia; Carlyle lo chiama un Odino cristiano, un vero Thor. Oh! senza dubbio, non si tratta qui della volontà presa in ciò ch'essa ha di più propriamente umano, e ch'è tanto più vivace quanto più si radica profondamente nella spiritualità dell'intelligenza; si tratta della volontà presa in generale; si tratta di ciò che gli antichi chiamavano ordinariamente l'appetito, l'appetito concupiscibile, e soprattutto l'appetito irascibile.

Le sue parole sono mezze battaglie fu detto di lui. Scatenato, nulla lo può fermare. è noto il magnifico impeto delle sue sfide: "Vi fossero pure tanti diavoli a Worms, quante tegole sui tetti, io vi andrò". - "Ho visto e sfidato innumerevoli demoni. Il duca Giorgio non è uguale a un demonio. Se avessi qualche affare a Lipsia, entrerei a Lipsia a cavallo, quand'anche piovessero dei duchi Giorgio nove giorni di seguito".

Con la sua potenza immaginativa e verbale straordinaria, doveva essere un conversatore affascinante, un oratore truculento, spesso grossolano e certamente ignobile, ma irresistibile. Bossuet lo notava assai giustamente: Egli ebbe forza nel genio, veemenza nei discorsi, un'eloquenza viva e impetuosa, che trascinava i popoli e li rapiva; un ardimento straordinario quando si vide sostenuto e applaudito, e un'aria d'autorità che faceva tremare davanti a lui i suoi discepoli; di modo che essi non osavano contraddirlo né nelle grandi, né nelle piccole cose". In pari tempo, era provvisto in grado eccezionale di quella sensibilità riccamente orchestrata, dove vibra la profonda sinfonia delle forze incoscienti e che fa l'attrattiva poetica e cordiale del Gemúth. Si ha di lui una quantità di tratti di familiarità, di bonomia., di dolcezza. Come Rousseau e certamente molto più di Rousseau, era dotato d'una potente religiosità naturale; pregava lungamente, volentieri a voce alta, con un grande flusso di parole, che facevano ammirata la gente; s'inteneriva davanti alle messi, davanti alla volta del cielo, davanti ad un uccellino ch'egli osservava nel suo giardino.
Piange sopra una violetta trovata nella neve, e ch'egli non ha potuto far rivivere. Invaso da una malinconia profonda, che è senza dubbio ciò che in lui v'è di più grande e di più umano, da quella malinconia dì Saul che è cosi terribile a considerare, perché, se non si sapesse che la sorte eterna di Saul come quella di Lutero è riservata all'imperscrutabile giudizio di Dio, si sarebbe tentati di ravvisarvi la malinconia di quelli per cui sarebbe stato meglio non nascere, quest'uomo che ha scatenato la Rivoluzione sul mondo, era calmato dalla musica, e si consolava a suonare il flauto. I demoni, ci dice, fuggivano lungi dal suo flauto.

Tutto ciò proviene dal medesimo principio: predominio assoluto del Sentimento e dell'Appetito. Se la pressione dell'istinto e delle potenze del sentimento resta dominata dallo spirito, allora essa dà all'essere umano delle ricchezze materiali e affettive incomparabili, esse pure utilizzate a profitto della vita dello spirito. A questo riguardo si trova, già un certo romanticismo, se si vuole, presso un Suso, ma in una concezione della vita che resta fondamentalmente razionale, ordinata, cattolica. In Lutero è altrimenti; la volontà ha veramente e assolutamente il primato; ed è la concezione stessa della vita che ne è tocca: si può dire ch'egli è il primo grande romantico.

13. Questo atteggiamento dell'anima doveva naturalmente accompagnarsi ad un profondo anti-intellettualismo, favorito d'altronde dalla formazione occamista e nominalista che Lutero aveva ricevuto in filosofia. Mi si permetta di citare qui qualche testo caratteristico. Ascoltiamolo prima parlare d'Aristotele e di S. Tommaso.

"Aristotele è l'empio baluardo dei papisti. Egli sta alla teologia come le tenebre alla luce. La sua etica è la peggiore nemica della grazia "; è un filosofo rancido , un "briccone che bisogna mettere nel porcile o nella stalla degli asini ", "un calunniatore sfrontato, un commediante, il più astuto corruttore delle menti. Se non fosse esistito realmente in carne ed ossa, si potrebbe, senza alcuno scrupolo, tenerlo per il demonio in persona ".
Quanto a S. Tommaso, "egli non ha mai capito un capitolo del Vangelo o d'Aristotele ". Lutero, "di suo pieno diritto, cioè con la libertà di un cristiano, lo respinge e lo rinnega Insomma, è impossibile riformare la Chiesa se la teologia e la filosofia scolastica non sono strappate fino alla radice insieme col diritto canonico".
"La Sorbona, questa madre di ogni errore, egli dice nel 1539, ha, quanto più male si può, definito che se una cosa è vera, lo è per la filosofia e per la teologia; è una sua empietà l'aver condannato quelli che sostenevano il contrario".
E così la facoltà di Parigi è "la sinagoga dannata del diavolo, la più abominevole bagascia intellettuale che sia apparsa sotto il sole, la vera porta dell'inferno, ecc.".
I teologi di Lovanio non sono trattati meglio: sono "degli asini grossolani, delle scrofe maledette, dei sacchi di bestemmie, dei porci epicurei, eretici e idolatri, delle pozze marcie, la brodaglia maledetta dell'inferno".

è forse con un sistema particolare che se la prende? No. è con la filosofia intera. "è un omaggio ch'egli crede di rendere a Dio quello d'abbaiare contro la filosofia... Non si deve imparare la filosofia che come si imparano le arti cattive, cioè per distruggerle come ci si informa degli errori, cioè per confutarli ". Da lui Carlostadio, fin dal 1518, aveva preso quel bel pensiero che la logica non è affatto necessaria in teologia, perché Cristo non ha bisogno dei ritrovati umani . Ma che! Si oserebbe forse incatenare un libero cristiano come il dottor Lutero al principio di contraddizione? L'argomentazione non è mai stata altro per lui che un pugilato, in cui era diventato maestro, e in cui si trattava di schiacciare l'avversario con un mezzo qualsiasi. "Quando io vorrò polemizzare, egli diceva cinicamente a Filippo d'Assia, saprò ben cavarmela, per lasciare Vostra Grazia ingarbugliarsi ". Infine, non è soltanto alla filosofia, è essenzialmente alla ragione che il Riformatore dichiara guerra. La ragione non vale che in un ordine esclusivamente pragmatico, per l'uso della vita terrestre. Dio non ce l'ha data se non perché essa governi quaggiù; che è quanto dire che essa ha il potere di legiferare e di comandare su tutto ciò che riguarda questa vita, come il bere, il mangiare, il vestirsi, come pure ciò che riguarda la disciplina esteriore e una vita onesta ". Ma nelle cose spirituali essa è non soltanto cieca e tenebre ", essa è veramente la p... del diavolo. Essa non può che bestemmiare e disonorare quanto Dio ha detto o fatto ", essa è il più feroce nemico di Dio . Gli anabattisti dicono che la ragione è una lampada... La ragione far luce? Sì, come quella che farebbe l'immondizia messa in una lanterna ". E nell'ultimo sermone predicato a Wittenberg, verso la fine della sua vita: "La Ragione, ma è la più grande p... del diavolo, di sua natura e maniera d'essere, è una p... dannosa; è una prostituta, la p... in potere del diavolo, una p... rosa dalla rogna e dalla lebbra, che si dovrebbe calpestare e distruggere, lei e la sua sapienza... Búttale in viso della lordura, per insozzarla. Essa è e deve essere affogata nel battesimo... Meriterebbe, l'abbominevole, che la si relegasse nel più sudicio luogo della casa, nelle latrine."

Il disprezzo di Lutero verso la ragione e conforme, del resto, alla sua dottrina generale sulla natura umana e sul peccato originale. Secondo Lutero, il peccato ha viziato l'essenza stessa della nostra natura, e questo male definitivo, la grazia e il battesimo ricoprono, ma non cancellano il peccato originale. Si potrà tutt'al più accordare alla ragione un compito affatto pratico nella vita e negli accomodamenti umani. Ma essa è incapace di conoscere le prime verità, le scienze speculative: ogni metafisica è un tranello: omnes scientiac speculativae non sunt verae... scientiae, sed errores, - e l'uso della ragione in materia di fede, la pretesa di costituire, mediante il ragionamento, e con l'uso della filosofia, una scienza coerente del dogma e del lato rivelato, in breve, la teologia come l'intendevano gli scolastici, è uno scandalo abominevole.

In una parola, prendendo in modo grossolanamente letterale e completamente a rovescio i passi dove gli autori spirituali parlano dell'annientamento delle facoltà naturali, deformando il pensiero di Taulero e dei mistici tedeschi come pure i testi di S. Paolo e del Vangelo, questo guasto cristiano dichiara che la fede è contro la ragioni La ragione è contro la fede ", scriveva nel 1536. E un po' più tardi: La ragione è direttamente opposta alla fede; perciò si deve abbandonarla; nei credenti essa dev'essere uccisa e sepolta". E ancora: "Tu devi abbandonare la tua ragione, non saper niente di lei, annientarla completamente, altrimenti mai entrerai in cielo". "è impossibile accordare fede e ragione". "Ratio est omnium maximum impedimentum ad fidem" (Tischreden, Weim., III, 62, 28, n. 2904) "Bisogna lasciar stare la ragione, perché è la nemica della fede... niente è tanto contrario alla fede quanto la legge e la ragione. Bisogna vincerle se si vuol raggiungere la beatitudine". (ibid., VI (n. 6718), I43, 25-26, 32-35.) ". Ho citato questi testi, perché è utile afferrare, fin da l'origine, nel tono e qualità autentici, il falso misticismo anti-intellettualista che stava, nel secolo decimonono, per avvelenare tante menti, sotto forme più. raffinate e meno franche.

Lutero portava all'umanità, insomma, duecentotrenta anni prima di Rousseau, una liberazione, un'immensa consolazione. Liberava l'uomo dall'intelligenza, da quella faticosa e assillante costrizione a sempre pensare, e pensare logicamente. Liberazione che, però, si deve, sempre ricominciare. Poiché "ahimé!, come egli scriveva nel suo commentario sull'epistola ai Galati, ahimé! la ragione non è mai del tutto distrutta in questa vita"